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Sostiene Nicolino

La VAR non spegnerà mai le polemiche

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Accolta come la salvezza per il calcio, l’assistenza video ha ridotto gli errori oggettivi, ma non ha risolto la questione interpretazioni e non ha spento le polemiche

L’applicazione della VAR, a distanza di oltre 4 anni dalla sua istituzione, continua ad alimentare polemiche. Colpa principalmente di un protocollo che sarà pure ben definito, come sostanzialmente ci dicono dal mondo arbitrale, ma viene applicato con una discrezionalità che non fa altro che spostare le proteste di un tempo semplicemente su un altro livello. In questo caso mi spiace dovermi autocitare, ma nel 2016 dopo aver assistito ad uno dei primi esperimenti con l’assistenza video agli arbitri, avevo subito espresso le mie perplessità. Banalmente mi chiedevo se davvero questo strumento avesse fatto terminare le polemiche, visto che per i casi oggettivi sarebbe stato facile spiegarne l’intervento, ma per le situazioni soggettive, la discrezionalità avrebbe inevitabilmente lasciato inalterate perplessità e polemiche.

Cosa diceva la “Cassazione” arbitrale

Lo sottolineava lo stesso Luca Marelli, soprannominato oggi la “Cassazione” per gli episodi arbitrali, in un posto sul suo blog dal titolo “Perché la VAR non servirà quasi a nulla” e risalente al 2017. Allora, l’ex arbitro si soffermava su alcuni aspetti sui quali mi trovava e mi trova perfettamente d’accordo. Innanzitutto la complessità in sé del gioco del calcio, poi la complessità degli stessi regolamenti, che vengono poi cambiati di anno in anno generando ulteriore confusione. “Insomma – concludeva la prima riflessione di Marelli sulla “moviola in campo” – la VAR servirà in alcune (limitate) circostanze per evitare errori clamorosi, ma in linea generale, gli episodi che generano discussioni infinite, continueranno a generare discussioni infinite, con l’aggravante della malafede”.

Già, perché l’assunto di molti che commentano gli errori verificatisi anche con il VAR è spesso: “sono riusciti a pilotare anche la moviola”. La base di partenza è un problema culturale particolarmente accentuato in Italia, ovvero che non si riesce ad accettare il verdetto del campo se lo stesso è avverso alla propria squadra, oggettivamente per alcune decisioni la VAR ha dato una grossa mano. Potremmo fare l’esempio del fuorigioco, che ha sì un margine di errore (come testimoniano quelle posizioni al limite in cui la scelta di un frame piuttosto che di un altro può spostare quei centimetri decisivi per tenere o meno un attaccante in gioco), ma tutto sommato accettabile.

La criticità, ripeto, è rappresentata dall’interpretazione degli episodi: dietro la VAR c’è il VAR, ovvero un arbitro che, coadiuvato da un assistente, valuta gli episodi davanti allo schermo e poi si confronta con il direttore di gara in campo. E la storia di questi anni è piena di decisioni errate e spesso incomprensibili. Quando venne introdotta l’assistenza video, infatti, gli articoli dei primi tempi erano trionfalistici: si parlava addirittura di addio a errori, sviste, simulazioni e polemiche. Forse perché i primi episodi sono andati a sfavore di alcune squadre piuttosto che di altre. Appena l’applicazione della VAR ha dimostrato di colpire a ruota un po’ tutti, così come avveniva prima per le decisioni degli arbitri senza tecnologia, la novità ha cominciato a piacere molto meno.

L’ultimo episodio di Inter-Juve

Basta andare a recuperare le dichiarazioni di alcuni presidenti o allenatori prima dell’introduzione della VAR e dopo l’avvento della stessa, anche distanti solo qualche settimana. Il campionario è variegato, ma la conclusione è sempre la stessa: non ce l’aspettavamo così. E allora vi chiedo: come ve l’aspettavate se a seconda delle squadre in campo si chiede un uso maggiore o minore della tecnologia? L’episodio che ha fatto rinfocolare le polemiche è stato inevitabilmente quello dell’ultimo Inter-Juve, in cui con la VAR si è corretto un chiaro ed evidente errore. Qualcuno sostiene che da protocollo la VAR non sarebbe dovuta intervenire e magari sono gli stessi che per mesi, anni, hanno chiesto: “ma perché non li vanno a rivedere tutti gli episodi, così si limiterebbero gli errori”.

Non se ne esce, nemmeno con la proposta che torna ciclicamente sulla possibilità di dare 2 chiamate a squadra per partita. E se ci fosse un episodio gravissimo al 90’ con entrambe le squadre che hanno esaurito le chiamate, come la mettiamo poi? Mi pare fin troppo evidente che tutto debba passare da una semplificazione dei regolamenti e dalla limitazione delle interpretazioni. Il resto, e insisto, è una questione culturale: se al 90’ non riusciamo a metterci tutto alle spalle e ad accettare il verdetto del campo, possiamo stare qui a parlarne fino all’eternità.

Mirko Nicolino, giornalista e allenatore, mi divido tra scrivania e campo, guidato da una sola ed unica passione

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